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Fattori di rischio

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FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARI

Negli ultimi cinquant'anni le malattie cardiovascolari hanno avuto un aumento drammatico specialmente nei paesi occidentali a maggior sviluppo economico.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ritiene, che nel mondo i morti per malattie cardiovascolari - che rappresentano la prima causa di mortalità e di disabilità - sono destinati a salire dagli attuali 15 milioni a 20-22 milioni nel 2020. Solo in Europa il 50% della mortalità globale è attribuita alle malattie cardiovascolari. Questo incremento è coinciso con generali modificazioni dello stile di vita, dovute alle maggiori possibilità economiche e all'affermarsi di abitudini nocive, come il fumo, l'alimentazione scorretta ed abbondante e la sedentarietà cui sono connessi il diabete mellito, l'obesità e l'ipertensione arteriosa.
Questo insieme di anomalie, dette fattori di rischio cardiovascolari, facilitano il processo evolutivo dell'aterosclerosi, ossia della malattia che colpisce le arterie e che causa le principali patologie cardiovascolari: l'infarto cardiaco, l'ictus cerebrale, l'angina pectoris.
Di fondamentale importanza a tal riguardo è la visita angiologia e l'esame eco-color-Doppler completo dei vasi sovraortici (TSA), degli arti inferiori e dell'aorta addominale.
L'aterosclerosi ha come bersagli prediletti le arterie principali del nostro corpo che portano sangue ricco di ossigeno e nutrimenti al cuore e al cervello: coronarie e carotidi. Le tipiche lesioni che colpiscono le pareti di queste arterie sono formate da una parte centrale ricca di colesterolo e da una parte periferica che la avvolge e sono dette placche aterosclerotiche, espressione anatomopatologica dell'aterosclerosi. Quando l'involucro esterno che separa la placca dal sangue si rompe o si fessura e il sangue entra in contatto con il colesterolo, dando luogo ad un coagulo o trombo che tende ad occludere totalmente o parzialmente l'arteria. Questo blocco impedisce in toto o in parte al sangue di defluire, causando importanti lesioni al cuore o al cervello, fino alla morte della zona non più irrorata, portando a quelle malattie ormai note con il nome di infarto o ictus, a seconda dell'organo colpito.
Nonostante i continui progressi scientifici, ad oggi non esiste ancora un rimedio sicuramente efficace contro l'aterosclerosi. Tuttavia se da un lato se ne ignora la causa, dall'altro sappiamo perfettamente che la comparsa e l'evoluzione dell'aterosclerosi è sostenuta da molti fattori - da cui la definizione di malattia multifattoriale - legati allo stile di vita: i fattori di rischio cardiovascolare.
I fattori di rischio cardiovascolare si dividono in due macrocategorie: i fattori modificabili e quelli non modificabili. I fattori modificabili sono: sovrappeso, stress, sedentarietà, fumo, ipertensione, dislipedemia e diabete. Essi sono legati ad abitudini scorrette o a malattie controllabili mediante opportuni comportamenti o terapie.
L'ipercolesterolemia è dovuta essenzialmente a scorrette abitudini alimentari e colpisce le popolazioni dei paesi industrializzati. L'ipertensione è un problema che colpisce circa 1/3 della popolazione italiana tra i 35 e i 74 anni, spesso perchè non sospettato. Eppure l'ipertensione è estremamente pericolosa per i vasi sanguigni: favorisce, infatti, la formazione delle placche aterosclerotiche, che rendono più rigide le grosse arterie, le quali riducono la propria portata, affaticando il cuore che deve produrre una forza maggiore per pompare il sangue. Misurare regolarmente la pressione e controllarla con uno stile di vita sano: queste le regole fondamentali per prevenire l'ipertensione. Per curarla invece serve l'associazione di dieta, attività fisica e farmaci. L'eccesso di peso non solo aumenta il rischio di per sè, ma molto spesso si associa ad altri fattori di rischio, quali il diabete, l'ipercolesterolemia, la sedentarietà e l'ipertensione. Per combatterli è necessario da un lato prediligere diete ricche di vegetali, frutta, carboidrati, oli vegetali e pesce e dall'altro evitare o contenere cibi ricchi di grassi animali. In una parola: dieta mediterranea per la qualità dei cibi, con un occhio alla bilancia per le quantità. Il diabete, dovuto all'aumento dei livelli di glucosio nel sangue (glicemia a digiuno superiore ai 126 mg/dl), comporta un livello di rischio talmente elevato che il diabetico, nelle strategie preventive, deve essere considerato come un soggetto che abbia già avuto un infarto o un ictus. Anche solo una ridotta tolleranza agli zuccheri (glicemia superiore a 110 mg/dl) equivale ad un sensibile aumento del rischio. Spesso, inoltre, il diabete è associato ad obesità, aumento dei trigliceridi e ipertensione. Oltre alla terapia farmacologica, è fondamentale per un diabetico lo stile di vita: attività fisica regolare e dieta specifica.
I numeri dei decessi legati al fumo ci vengono ormai ricordati continuamente nelle varie campagne di prevenzione dei tumori. E' importante sottolineare che la nicotina ha effetti immediati sul cuore: aumenta i battiti, provoca vasocostrizione e aumenta l'aggregazione di piastrine, agevolando la formazione di trombi. Senza dimenticare che provoca forte dipendenza. Oltre la nicotina bisogna però ricordare anche il danno derivante dall'ossido di carbonio che sottrae i globuli rossi alla loro funzione di portare ossigeno alle cellule dell'organismo.
L'ideale sarebbe non cominciare, ma auto-incentiviamoci pensando che smettendo di fumare il rischio cardiovascolare connesso al fumo si riduce nel giro di 2/3 anni, un tempo relativamente breve rispetto al tempo necessario per le malattie polmonari.
Un'attività fisica anche moderata purchè costante ha numerosi effetti benefici: riduce la frequenza cardiaca (a riposo e sotto sforzo), stabilizza la pressione arteriosa anche in momenti di particolare stress psico-fisico, previene il diabete e aumenta il valore di colesterolo HDL (detto buono o spazzino delle vene).
I fattori non modificabili sono: età, sesso, ereditarietà, parte del nostro bagaglio genetico e personale. L'età è il fattore di rischio più importante, ma su cui è impossibile intervenire se non agendo sugli altri fattori. Uno stile di vita corretto in età giovane - adulta può contribuire ad una qualità di vita migliore.
Circa il sesso, se per le donne, grazie all'effetto protettivo degli ormoni femminili, una volta il rischio era basso fino alla menopausa, oggi anche loro si sottopongono agli stimoli stressanti un tempo riservati agli uomini (fumo, attività fisica, stress emotivi, ecc.) e quindi anche in età feconda possono andare incontro a malattie cardiovascolari, tra l'altro spesso con una prognosi peggiore degli uomini.
L'ereditarietà o predisposizione familiare è un fattore che può costituire un pericolo rilevante. Un padre o una madre con infarto costituiscono un rischio aggiuntivo, ma solo se l'evento si è verificato in età non avanzata (cioè prima dei 60-65 anni). E' quindi evidente come una correzione immediata di stili di vita scorretti (cioè dei fattori modificabili) debba essere tempestiva, promuovendo sin dalle fasce d'età più giovani abitudini sane ed un regolare controllo del medico di famiglia.
Le malattie cardiovascolari che possono essere determinate dall'aterosclerosi sono: angina pectoris, infarto miocardico, sindrome metabolica ed ictus.
L'angina pectoris può essere stabile o instabile. La prima si manifesta con un dolore oppressivo al centro del petto, dietro lo sterno, che insorge gradualmente e, nella maggior parte dei casi, è scatenato da uno sforzo o da un'emozione. Tanto che al cessare dello sforzo o al regredire dello stato emotivo il sintomo si attenua progressivamente fino a scomparire. Dipende da una lenta e progressiva riduzione del calibro delle coronarie, rendendo difficoltoso il flusso del sangue al miocardio, che è invece adeguato in condizioni di riposo. Al contrario, sotto sforzo, la sproporzione tra domanda e offerta fa battere il cuore più in fretta e salire la pressione arteriosa, comportando un maggior consumo di ossigeno da parte del miocardio che però non è garantito a causa delle coronarie parzialmente ostruite. Da qui il dolore al petto.
Quella instabile, invece,si manifesta con sintomi che possono insorgere senza una causa apparentemente scatenante, possono essere più frequenti e prolungati. Questa forma di angina può precedere l'infarto, rientrando così tra le Sindromi Coronariche Acute, che, a differenza dell'angina stabile, richiedono ricovero immediato.
L'infarto del miocardio (muscolo cardiaco) è scatenato dall'improvvisa occlusione di un'arteria coronaria, che blocca l'afflusso di sangue ad una porzione più o meno ampia di miocardio. L'occlusione è dovuta ad una placca aterosclerotica (spesso di dimensioni modeste, tanto da non dare alcun segno clinico) che si ulcera; su questa ulcerazione si sviluppa rapidamente un coagulo di sangue (trombo) che può portare alla chiusura completa del vaso. Il miocardio, in assenza di sangue e quindi di ossigeno, va incontro prima ad ischemia e poi a morte (necrosi). Questo fenomeno non è istantaneo, ma si sviluppa progressivamente dai primi minuti e per alcune ore, portando ad una maggior estensione dell'infarto. Quanto più è esteso l'infarto, tanto maggiore è la quantità del muscolo cardiaco che perde la propria funzione, cioè la capacità di contrarsi e pompare il sangue.
L'infarto si manifesta, nella sua forma classica, con un dolore oppressivo al centro del petto, simile a quello dell'angina, molto spesso senza una causa scatenante evidente, al quale si possono associare i cosiddetti sintomi di allarme di un attacco cardiaco: sudorazione fredda, respiro affannoso, a volte nausea e vomito. In presenza di questi disturbi si deve immediatamente chiamare il 118, segnalando i sintomi: ogni ritardo decisionale nell'attivare il sistema dell' emergenza può avere conseguenze gravi. Il termine "Ictus" deriva dal latino e significa "colpo". Infatti compare improvvisamente, spesso preceduto da malessere, mal di testa, sonnolenza, perdita progressiva del contatto con la realtà. Tuttavia due sono i possibili meccanismi dell'ictus cerebrale:l' ictus ischemico e quello emorragico.
Il primo dovuto all'arresto del flusso sanguigno in un determinato territorio del cervello (la formazione di un trombo o l'embolia alle arterie cerebrali che giunge a occludere completamente un'arteria sono le cause più frequenti). Poichè il tessuto nervoso ha una scarsa autonomia di sopravvivenza in mancanza di ossigeno, sono sufficienti 2-3 minuti perchè abbiano inizio i primi fenomeni di morte delle cellule, che tra l'altro sono prive di capacità di rigenerarsi.
L'ictus emorragico, più spesso citato come emorragia cerebrale, è dovuto alla rottura di un'arteria cerebrale, spesso associata a un innalzamento improvviso della pressione sanguigna (puntata ipertensiva) e alla presenza di placche aterosclerotiche, che tra l'altro si localizzano proprio alla biforcazione dei vasi, indebolendoli. Sul piano clinico le conseguenze sono legate all'estensione e alla funzione della zona colpita: deficit della sensibilità, della mobilità o delle facoltà intellettive superiori (parola, linguaggio, coscienza di sè, memoria e così via). L'incidenza della patologia è sicuramente rilevante: si calcola che in Italia, ogni anno, 100-130 mila persone siano colpite ex novo da ictus (un nuovo caso ogni 5 minuti), mentre altre 30 mila abbiano ictus ricorrenti; in totale nel nostro Paese vivono circa 500 mila persone con storia personale di ictus.
Questa malattia rappresenta la prima causa d'invalidità permanente. Tra le varie complicanze, essa determina anche una perdita rilevante delle capacità cognitive in circa 3/4 dei pazienti. Gli studi dimostrano inoltre che circa il 10% dei pazienti deve dipendere completamente dagli altri per le attività quotidiane e la cura della propria persona, mentre per un altro 25% la dipendenza è solo parziale. A un anno di distanza dalla lesione solo il 50% dei pazienti è in grado di tornare a vivere nella propria casa.
La sindrome metabolica è dovuta ad un pericoloso insieme di fattori di rischio cardiovascolare, legati soprattutto all'insulino-resistenza (ossia all'elevata soglia dell'insulina per promuovere il metabolismo degli zuccheri da parte dei muscoli scheletrici, tra i quali i maggiori rappresentanti sono i muscoli delle gambe) e all'adiposità addominale, che comportano un elevato rischio di sviluppare patologie coronariche e il diabete di tipo 2. E' presente in quasi la metà degli individui anziani ed è associata a dislipidemia, ipertensione, insulino-resistenza/intolleranza al glucosio/iperglicemia e adiposità viscerale. Dati recenti dimostrano che la prevalenza di tale situazione patologica sta aumentando insieme al BMI - Body Mass Index - specialmente tra i giovani.
Non è stata ancora identificata una causa precisa della malattia. Tuttavia il sovrappeso è un fattore chiave nella patogenesi della sindrome metabolica: infatti, è spesso riscontrabile una predisposizione genetica che tende a manifestarsi quando il soggetto acquista peso, stimolando l'insulino-resistenza.
Le Linee Guida nel trattamento della Sindrome Metabolica stabiliscono che un criterio di identificazione clinica della patologia è dato dalla presenza di almeno tre delle seguenti caratteristiche:
-obesità addominale (circonferenza girovita): per gli uomini superiore ai 102 cm; per le donne superiore agli 88 cm;
- trigliceridi: superiori a 150 mg/dl;
- colesterolo HDL: per gli uomini: inferiore ai 40 mg/dl; per le donne: inferiore ai 50 mg/dl;
- pressione arteriosa: massima superiore a130 mmHg e minima superiore a 85 mmHg;
- glucosio a digiuno: superiore a 110mg/dl.
La prevenzione in un soggetto affetto da sindrome metabolica deve focalizzarsi su un cambiamento dello stile di vita che contempli sia la perdita di peso sia l'aumento dell'attività fisica sotto controllo medico, oltre ad un'eventuale terapia farmacologica.
E' ormai dimostrato che la correzione dei fattori di rischio cardiovascolari può rallentare o persino bloccare lo sviluppo e l'evoluzione dell'aterosclerosi. Questo può avvenire sia in prevenzione primaria (cioè prima che si verifichi un infarto, un ictus o un'angina) sia in prevenzione secondaria (cioè a seguito di uno degli eventi di cui sopra).
Tuttavia uno dei problemi più difficili che il medico deve affrontare, nel curare un paziente affetto da malattie cardiovascolari o con fondato rischio di ammalarsene in tempi prevedibili, è soprattutto di convincerlo della necessità di modificare il proprio stile di vita. Oggi però si è capito che se le informazioni per un corretto stile di vita arrivano prima - nell'età scolare - le probabilità di successo sono maggiori e più efficaci.
Bisogna proseguire l'opera di sensibilizzazione perchè i giovani di oggi, più vulnerabili ed esposti a cedere ad abitudini malsane, siano degli adulti sani domani, evitando che mettano a repentaglio la loro salute e la loro stessa vita.

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